the Lethem contest

 

L’ultimo romanzo di Jonathan Lethem si intitola You don’t love me yet e parla di come si scrivono canzoni. Lucinda, bassista in una band, approfitta di un momento di crisi creativa del cantante per proporre dei testi che sono, di fatto, rubacchiati a frasi sentite da un tizio conosciuto al telefono di un finto call center (avete letto bene: un finto call center). Le nuove lyrics decideranno della fortuna della band ma contemporaneamente l’inconsapevole ispiratore pretenderà di entrare a far parte del gruppo, per riscuotere anch’egli la propria dose di successo.

La storia è più complicata di così (dentro per esempio dovete farci stare anche il furto di un canguro) ma io qui vorrei sottolineare il fatto che You don’t love me yet è un romanzo centrato sul tema dell’appropriazione indebita, tanto delle parole quanto delle vite altrui. Cosa esattamente appartiene a chi, in una canzone? Oppure, in altri termini: se partiamo dal presupposto che tutto quello che ascoltiamo non è altro che un tessuto di citazioni, volontarie o involontarie, quanta parte di un’opera può dirsi originale?

Su questi temi Lethem ha scritto l’anno scorso un bellissimo saggio per Harper’s che io vi consiglio fortemente di leggere, con l’avvertenza che se cominciate a leggerlo poi dovete arrivare fino in fondo, a meno che non vogliate perdervi il 99% di quello che il saggio vuole dire (e anche del senso di divertimento puro che lo ispira). Lethem insiste sulla capacità di un’opera di contaminare altri lavori una volta inserita in un circuito culturale o, dal punto di vista opposto, sulla capacità dei singoli di riappropriarsi di frammenti di opere già in circolazione per trasformarli in qualcosa di diverso. Questo lo porta a condurre un lungo ragionamento sui limiti che il diritto d’autore pone a un simile processo. Le leggi sul diritto d’autore, dice, impongono un “monopolio sull’uso” delle opere che riduce di molto la loro possibilità di vivere una seconda vita.

Lethem non si limita alla teoria. Qualche tempo fa, ha sollevato scalpore la sua decisione di cedere i diritti per l’adattamento cinematografico di You don’t love me yet al regista capace di proporre il progetto più convincente, a condizione che i diritti dell’opera filmata tornino di pubblico dominio dopo cinque anni dalla sua realizzazione (il regista prescelto, in maggio, è stato Greg Marcks). Sul suo sito esiste una sezione specifica dedicata ai cosiddetti materiali promiscui, ovvero materiali su cui egli rinuncia in parte o del tutto al proprio copyright per lasciarli a disposizione di chi li voglia utilizzare. Tra questi, ci sono anche i testi delle canzoni che compaiono nel romanzo, insieme ad altri testi composti “in modo sporadico nel corso degli ultimi vent’anni”. Portano titoli come Astronaut Food, Canary in a Coke Machine, Monster Eyes e non sono niente di speciale, a dire il vero, ma se volete metterli in musica Lethem dichiara pubblicamente che si può fare. Si dice interessato ad ascoltare i risultati e sul suo sito ha già raccolto e pubblicato diverse versioni di questi pezzi.

Ora, potete tirare fuori tutto il cinismo del caso e liquidare queste mosse come una semplice strategia promozionale, nemmeno troppo originale. Non avreste tutti i torti: ecco lo scrittore di successo che flirta col movimento creative commons per rafforzare la propria immagine leftfield, ottenere i suoi bravi articoli su Forbes e tirar fuori qualcosa anche da scarti di livello non eccelso (nell’era di internet non si butta via niente). Poi però dovete fare i conti con il booktrailer della traduzione italiana, che è un bell’esempio di come si possa promuovere un libro in modo esattamente opposto rispetto alle idee che contiene. Cinque minuti in cui si fa tutto quello che Lethem vorrebbe veder succedere al suo lavoro, ma al contrario: il romanzo già trasformato in un film prima ancora di essere letto e le canzoni belle lì già messe in musica (la versione di Monster Eyes è quella dei newyorchesi NYT, apprezzata, pare, dallo stesso Lethem), perché insomma, questo è un libro che parla di una band, bisognerà pure farla sentire, questa band.

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