Humpty Dumpty, due fustini di flirt

da “Italian Embassy”, 1 febbraio 2010

http://www.italianembassy.it/humpty-dumpty-due-fustini-di-flirt/

Con Alessandro Calzavara scrivevamo per una eccellente rivista musicale chiamata indiepop.it. Le nostre posizioni non erano sempre concilianti, anzi, ma ci si riconosceva un’onestà intellettuale e si sceglieva il fioretto per le stoccate. Il suo alter ego discografico Humpty Dumpty invece l’ho praticato meno, per diversità di punzonatura e contingenze del caso, pur apprezzando singoli flaconi come Colite spastica: ora il ritorno in forma duplice, italiana e anglofona, liberamente scaricabili dalla colonna di destra del blog oltre che edite in cd per la misteriosa World Canary Cancerous Food e in circolo su nonerecords.

Come da tempo gli succede, Humpty sceglie la via delle collaborazioni: i testi di “Pianobar della fossa” sono del giovane poeta salentino e “pierociampiano” Stefano Zuccalà, quelli di “A mile from any neighbor” (un indie pop sofistico e appena vivace, stilisticamente sfizioso di Ottanta minori) appartengono allo scrittore torinese Renato Q, già autore del precedente “Q.B.”, con l’apporto di uno stuolo di cooperanti. E la scelta linguistica connota in maniera sensibile i due lavori, facendo pendere la bilancia delle preferenze dalla parte del primo, non fosse altro che per l’intensità e il valore del concept che ne fanno l’album migliore nella carriera di HD nonostante la vocalità non sempre sostenibile del suo interprete, il quale dice: “Siamo. Patetici. Imbecilli con o senza arte. Ma abbiamo sempre una parte. (…) Dobbiamo pur intrattenerci. Basta poco, davvero poco a secondare il flusso. Un gioco, un amore, un bicchiere che scintilla e sorrisi che svaniscono”…

Anche se Morgan ha il sospetto che non sia un buon esempio, il messinese è aduso a camminare a un metro da terra: Le brasiliane “non capiscono una parola di quel che dico finalmente”, Il Genio ha un altro lato della medaglia, quello malfattore da banda Magliana meno -Elettronoir- con nani blu da Twin Peaks pre-Avatar, antifrasi snob finale in morbo da strobo balera early glam, epoca “Lazio pistole & palloni”. Il libro Cuore galleggia sull’elettronica povera da generazione Pop-Corn (la strettezza dei mezzi è altro gran limite, costringe a ripetere medesimi schemi) dove il pop scompare sotto la china nera da graffiare con le lamette di Rettore arrangiata da un compositore per la tv sperimentale. Le fantasie come Diva in boa fuxia shocking, gay friendly da boudoir e locali blasé, disco composit rosa spento in direzione “sperma e lacrime”: lei scioglie le trecce ai cavalli di Balsamo in questo pezzo tra i migliori, che stecca al biliardo. E qua l’immaginazione perversamente sussidiaria di Zuccalà fa il lavoro grosso. L’unico e-gotico conta sul ritornello che fa strike e la lirica del pari ricercata, tratteggiando vertici e abissi dell’essere umano che si autosostiene unico nel bene malmostoso e nel male scientifico: “il dolore è solo una strategia”, con finale abstract a mitigare gli eccessi del monosuono sintetico. Senza il software che ne sarebbe? Lecito chiederselo se easy in dolcevita bordeaux, Le mani liquide di drama queen più che attention whore stanno scomode nei panni lounge di Fernet e Grand Hotel, e usano aggettivi che non immagineresti appiccicati a dati sostantivi ma in qualche modo rendono l’idea. Arrivano poi in sequela i pezzi meno a fuoco: L’incarico sarebbe cyberwestern ma gli 883 di Nord Sud Ovest Est entrano solo di riflesso, I mostri è romanticismo, cinema d’accatto, fumetti degli anni 50 e via così. Humpty ama Faust’o e non glielo si può imputare proprio ora, anche se non di rado si fatica a comprendere appieno il senso e la metafora cannibale (non pulp). Infine, e presto, La nebbia dal passato di paletot lascia intendere un futuro di buoni pasto e happy hour senza averli conosciuti nel suo shining dark: “Che mi frega di un’altra vita, io non ho neppure questa voce che senti, io non canto”… Raccolta dopo raccolta matura l’impressione di uno sviluppo baciato da lampi di intelligenza artistica in bagno di autocompiacimento, canzoni per sé che non paiono avere tutto questo bisogno d’interlocuzione; ma anche finalmente una veste sonora coerente e in linea col disegno, movente che dovrebbe far valutare a Humpty Dumpty l’idea di tarare veste e soma quali paradigmi per l’ulteriore messe che il logomane siciliano di sicuro sta già allestendo.

Enrico Veronese

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